Il Piccione Viaggiatore - Risposta alla lettera terza

Risposta alla lettera terza

Da un`idea della Direzione Artistica della dante Genk, a cura di Alice Lenaz, in collaborazione con la scrittrice Manù Blanca.

Eivissa, marzo 2022

Cara Ali,

marzo è un mese che mi destabilizza, sarà per la frenesia della sua instabilità che risveglia la pazzia in cuori e natura, è impossibile non sentire gli effetti di un’energia così potente che avvolge e stravolge tutto. Quest’ultimo, poi, ha davvero dato prova dell’intensa furia che può portare con sè e di quanto sia pericoloso lasciarsi affascinare dalla sua proverbiale pazzia.

È stato un marzo raro qui sull’isola, un vento forte e robusto ha macchiato cielo e nubi di terra rossa, ha strattonato un mare arrabbiato che pareva combattere contro se stesso a suon di onde spumose sbattute sulle rocce, solo negli ultimi suoi giorni ha deciso di dar tregua ai rami esausti delle palme e permesso di volare di nuovo alle farfalle bianche. Trovare equilibrio tra le folate improvvise ha richiesto molta energia, tanto che mi sono chiesta se non fosse più naturale lasciarsi trasportare a nuove altezze per atterrare su spazi sconosciuti, affidare all’aria il comando della spinta tracciando solo la direzione e godersi il viaggio dall’alto, come fanno i gabbiani immobili a mezz’aria. E così ho fatto, seguendo e dirigendo la corrente affinchè mi trasportasse in nuove dimensioni a scoprire ciò che ancora non so, senza perdere il contatto visivo, ampliandolo e espandendolo fin dove l’aria dava respiro. È incredibile il tesoro che si trova quando non si cerca nulla!

La tua ultima lettera, per esempio, ha trasportato immediatamente la mente alle scene di un film entrato nella storia del cinema italiano e internazionale nel 2013 per aver vinto l’Oscar come miglior film straniero, “La Grande Bellezza”, con un meraviglioso Toni Servillo, sono certa lo ricorderai, siamo andate al cinema a vederlo due volte. Ho connesso la descrizione delle celebrazioni durante l’impero romano nel libro di D’Aquino a quelle del XXI secolo del lungometraggio di Sorrentino, notando affinità e contraddizioni. Una Roma antica e moderna fa da sfondo al desiderio di celebrare la vita che da sempre l’uomo, come la divinità, motiva e persegue, la stessa esaltazione che permette di fondere il visibile con l’invisibile in cui le regole morali si sovverchiano e si reinterpretano. Il modo in cui la festa si svolge cambia poco tra le epoche, l’esposizione dell’indole umana in tutte le sue forme e perversioni non trova regole a cui obbedire, tutto è permesso quando si celebra la vita perchè la vita tutto comprende. Nel film, lo spettacolo proposto dalla buonista Roma borghese, intrappolata nelle mediocrità di una vita in cui tutto è lecito purchè originale, si trasforma presto in delusione e amarezza per il protagonista che vede volgarità e miseria nei comportamenti umani agghindati con una cultura finta e vuota che ormai accetta e tollera tutto a patto che la maggioranza la pensi allo stesso modo. Assecondare il piacere dei sensi ad ogni costo scavalla qualunque morale pubblicamente accettata ma privatamente abbandonata, valida solo quando il soggetto è l’altrui esistenza e allora dove sta il confine, si chiede, quando tutto varia in un attimo e nessun fondamento resta sicuro, quando nessun valore riesce a contenere l’impetuosità dell’istinto umano? Perchè forse la moralità sottintesa è sentita come un limite esterno che non sempre trova adesione con la parte più individuale del singolo, proprio quella che la morale pubblica vorrebbe educare con i suoi crismi. O forse siamo noi quelli che ancora non hanno appreso a modellare una morale propria, che, fantocci dietro a regole dettate dalla temporaneità, per evitare il duro lavoro di avventurarsi dentro di sè a ricercare la propria, personale direzione, preferiscono accodarsi alla scia precofezionata dei più. La decadenza morale che Jep Gambardella scorge negli ambienti in cui era abituato a muoversi, tanto da dire di se stesso:“Non volevo diventare semplicemente mondano, volevo diventare il re dei mondani, io non volevo semplicemente partecipare alle feste, volevo avere il potere di farle fallire”, è una visione cruda e reale non solo della Roma `bene´, ma del genere umano intero, il fallimento di una specie di cui fa ineluttabilmente parte. “Finisce sempre così. Con la morte. Prima, però, c'è stata la vita, nascosta sotto il bla bla bla. È tutto sedimentato sotto il chiacchiericcio e il rumore.

E in quel Bla Bla Bla sento il fastidio del rumore di sottofondo che non permette di ascoltare una musica, la molestia di voci che pronunciano parole vuote per riempire silenzi, distrazioni dall’essenziale che sta ‘sedimentato sotto’: la vita.

C’è da chiedersi se davvero sia necessario ascoltare il bla, bla, bla… ultimamente seguo un canale You Tube, si chiama The Pillow, in cui si raccolgono esperienze di persone su e giù per l’Italia che hanno deciso di allontanarsi dalla vita moderna e costruire la propria in solitaria, scegliendo la solitudine nella natura selvaggia, o in paesini abbandonati su colline impervie, o su isole addirittura, con tutto quello che comporta una scelta di questo genere, dopo una vita comoda; la scelta è quasi sempre dettata dal bisogno di allontanarsi, fisicamente e moralmente, da un intorno che non si riconosce più, in cui il frastuono sociale impedisce la serenità di pensiero e di ascolto. Una vita più pesante forse in termini di comodità, ma più libera perchè non soggiogata dalla controversa morale comune che determina poi il comportamento umano, o dalla tempesta di opinioni che ognuno si sente in diritto di esprimere su qualunque argomento, da tutto quel chiacchiericcio di contorno che soffoca l’essenziale. Scoprendo poi che è necessario molto meno di quello che pensiamo e che un’alternativa al bla bla bla esiste davvero…

Vuoi sapere la mia di alternativa? Ti manderò qualche foto più tardi… intanto, accompagno il piccione fino al limite tra sabbia e mare e chissà, forse le ultime folate di marzo lo alleggeriranno della fatica del viaggio verso di te.

Manú




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