STRANALANDIA: LA GEOGRAFIA DELL'IMMAGINARIO

Ex Libris Sara Boero

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Nelle recenti stagioni editoriali abbiamo assistito a un sorprendente “ritorno di fiamma” tra i lettori e i discendenti contemporanei di “bestseller” medievali come i bestiari e i bestiari fantastici. Da edizioni preziose come l’"Atlante di zoologia poetica” (Ippocampo, 2019) a saggi densi come “Il libro degli esseri a malapena immaginabili” (Adelphi, 2018), sono molti i testi che promettono di solleticare la curiosità scientifica e letteraria dei novelli etologi.

Lo scaffale degli Atlanti immaginari, poi, va ormai navigato armati di bussola - o c’è il rischio di smarrirsi tra le tantissime proposte di “viaggi nella fantasia”. Se già nel 2001 l’“Atlante del mondo interiore” (Pendragon) ci invitava all’esplorazione geografica dei nostri stati interni, Rizzoli rispettivamente nel 2018 e 2019 ha proposto un Atlante dei “luoghi” e uno dei “paesaggi” letterari, Salani nel 2020 ha pubblicato il sontuoso volume “Le terre immaginate” e EDT la raffinata raccolta “Atlante dei luoghi immaginati”.

In Italia nella prima metà degli anni ’80 due autori geniali anticipano i tempi, declinando in modi differenti quella “scienza dell’immaginario” che sembra appassionare tanto i lettori di oggi. Se nel 1981 Luigi Serafini propone l’enciclopedia fantastica più amata dagli “appassionati  dell’assurdo” di tutto il mondo (“Codex Seraphinianus”, Rizzoli), nel 1984 Stefano Benni pubblica un gioiello della satira travestito da bestiario: “Stranalandia” (Feltrinelli).

Una piccola raccolta irresistibile, semplice nelle premesse: nel 1906 i professori Achilles Kunbertus e Stephen Lupus fanno naufragio su un’isola misteriosa che battezzano Stranalandia. Ci vorranno tre anni prima che riescano a tornare alla civiltà (approfittando dell’eruzione del vulcano Nonnopera): tre anni che i nostri coraggiosi scienziati passeranno a osservare e descrivere gli animali straordinari che popolano l’isola.

Proprio come nei bestiari medievali, gli animali fantastici di Benni incarnano i vizi e le virtù della “bestia umana”: dal Gorilla Vaichesei, fomentato dalle sue “vocine interiori”, al Prepotenzio, che ha il vizio di inscatolare e vendere tutto - persino l’aria. Dall’Avvoltoio Volatore, crudele con i deboli e ossequioso con i potenti, allo Spiolo, l’odioso animaletto impiccione “così impegnato a spiare gli altri che della propria vita non sa dirvi nulla”.

Storie buffe, sorprendenti, malinconiche, che in modo leggero mettono a nudo fragilità e nevrosi comuni: il Koméri, lo specchio fatato dell’isola, per esempio ci fa tornare bambini e ci racconta il nostro potenziale inespresso. L’Albatros Poeta, che fa il verso a Baudelaire, è bellissimo in volo e goffo a terra. Ma attenzione ai “poseur”: “ci sono albatros che non hanno mai volato in vita loro, vivono benissimo a terra e sospirano “Ah, solo quando mi innalzo lassù mi sento vero”.”

Tra le ossessioni umane più bersagliate in “Stranalandia” vince a mani basse quella per i confini e le misure. Il Serpente con i Pollici si dispone a forma di schermo televisivo per catturare le sue prede e inquadra il paesaggio: ovviamente a riscuotere maggior successo è l’Anaconda Cinemascope. Il Rigario, invece, “passa tutto il tempo a tracciare righe sul terreno con il becco, e a proclamare che quello che c’è tra le righe è roba sua”. Il Leometra, pericoloso incrocio tra un leone e un geometra, attacca tutti gli altri animali - non per mangiarli, ma per misurarli allo sfinimento. E infine Osvaldo, l’unico indigeno, si autoproclama direttamente unità di misura ufficiale dell’isola: intorno a Stranalandia “il mare è profondo all’incirca dieci osvaldi.”

Il Benni di “Stranalandia” per il buffo ometto di nome Osvaldo (protagonista ideale del bestiario, in rappresentanza della sua specie) ha parole di critica feroce, ma anche di indulgente tenerezza. Ci invita a ritrovare tra le pagine di questo “laboratorio della fantasia” le nostre ossessioni, a riconoscerle, a capire da dove vengono.

Infine, a riderci su.

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