LA PARTIGIANI AGNESE: DONNE e RESISTENZA

Ex Libris Sara Boero

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Renata Viganò ha avuto diverse vite: infermiera, partigiana, scrittrice. Nel 1949 ha firmato uno dei romanzi più intensi sulla Resistenza, da cui è tratto l’adattamento cinematografico omonimo di Giuliano Montaldo. “L’Agnese va a morire”, capolavoro neorealista doloroso e indimenticabile, ha la particolarità e il pregio di consegnarci la Storia da un punto di vista tristemente minoritario, fino a tempi recentissimi: quello femminile.

Agnese - apparentemente - è una donna semplice. Fa la lavandaia e sul lavoro non si risparmia, per non far mancare niente nemmeno al marito Palita, invalido, e vicino alla lotta partigiana. La prima rottura dell’equilibrio, nel romanzo, è la deportazione di Palita, a cui segue l’attesa della notizia della sua morte. Una morte annunciata (come annunciata è la morte della protagonista, fin dal titolo: scelta che suggerisce un destino ineluttabile, che Agnese abbraccia con la stessa stoica imperturbabilità che la accompagna al lavoro).

Alla vedova non resta che una gatta, amatissima dal marito defunto. Una compagna silenziosa, discreta, quotidiana: il conforto di una piccola cosa ferma e conosciuta in un mondo che gira vorticosamente. Un soldato tedesco spara alla gatta - per noia, per sfregio o per nessun motivo in particolare - riportando alla dimensione domestica di Agnese quel lutto quasi astratto, quella perdita famigliare vicina nel cuore ma lontana nello spazio. La fine della gatta (che dopo la scarica di mitra “sembrò uno straccio nero buttato via”) è, al tempo stesso, un presagio della sua (“L’Agnese restò sola, stranamente piccola, un mucchio di stracci neri sulla neve”). La donna, come rispondendo a un lento ma inevitabile automatismo, colpisce il soldato colpevole con violenza e crede di averlo ucciso. Gli ingranaggi si mettono in moto, Agnese si unisce ai partigiani e inizia a lavorare per loro, con la dignitosa ostinazione e l’impegno di sempre. La sua identità, progressivamente, si annichilisce ed evapora tra le pagine della Storia.

L’Agnese va a morire senza avere una precisa visione politica, senza idealismo, senza la piena consapevolezza del significato del suo sacrificio: va a morire per senso del dovere, del servizio, con l’umiltà e la perseveranza di chi ha costantemente bisogno della conferma di non stare sbagliando. Sebastiano Vassalli identifica in Agnese un simbolo e conclude la sua introduzione  del 1974 al romanzo con un invito al lettore: “Che cos’è l’Agnese? Ebbene, che a questa domanda ognuno cerchi di rispondere come può e come vuole”.

Raccogliendo l’invito, non posso fare a meno di pensare al suo essere donna. L’identità di Agnese si appiattisce sul proprio ruolo di servizio, sul lavoro, sulla necessità di “fare bene” per non scontentare “il Comandante”. Come racconta la stessa Renata Viganò, il personaggio è ispirato a una vera staffetta partigiana conosciuta dall’autrice in un periodo particolarmente difficile: le due donne avevano avuto diverse occasioni di discussione per la rigidità schematica di “Agnese”. Per la sua naturale tendenza a “mettersi dietro”, a non prendere iniziative, a vivere il paradosso di una totale passività in una dinamica di Resistenza attiva. Eppure la granitica Agnese è a suo modo anche una sfinge, capace di gesti improvvisi e imprevedibili, come la meccanica aggressione nei confronti del soldato (“prese fortemente il mitra per la canna, lo sollevò, lo calò di colpo sulla testa di Kurt, come quando sbatteva sull’asse del lavatoio i pesanti lenzuoli matrimoniali, carichi d’acqua”).

La “vera” Agnese non si racconta: si intuisce da alcuni guizzi, che spiccano in quel paesaggio emotivo nebuloso e vago come le Valli di Comacchio del romanzo. È passato da pochi giorni il 25 aprile e la storia al tempo stesso ordinaria e straordinaria di Agnese, lontana dalla retorica e da qualsiasi tentazione epica, ci regala la narrazione di un’altra Resistenza: un eroismo che non vuole essere tale e la cruda semplicità di chi “fa ciò che è giusto”.

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