CUORE DI ARGILLA

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Camille Claudel, durante una sessione di modellato

Non c’è nulla da fare, non ascolta mai, neppure per sbaglio. Aveva ragione la signora a raccomandarmi pazienza, al suo servizio il tempo talvolta non scorre. Mi domanda di seguirla per la via, ma poi mi lascia ad attendere come un vecchio cane il ritorno del padrone. Mi chiede di custodirla lungo il cammino per poi seminarmi al primo carro che ci taglia la strada.

 Ora la sera mi interroga sulla forma dei miei pensieri. Vuole sapere tutto…la forma degli zigomi di mio padre, quante volte mia madre mi ha carezzata da bambina, quale colore ha la terra nel sud della Francia. A me pare cortese rispondere, rispondere sempre, mai si tace di fronte ad una domanda…ma le sue mi rendono inquieta. Forse non voglio ricordare l’odore del passato, forse vorrei solamente lavare le casacche per la scultura, annusare l’odore dell’argilla umida e riposare di tanto in tanto davanti al fuoco. Non sente il freddo lei. Io invece patisco la brina sulle ossa. Mi guarda le mani bianche, le strofina e rido forte…poi si solleva le maniche sino a scoprire gli avambracci per tuffarli nella cuffa di creta gonfia d’acqua. E’ capace di lavorare così, col freddo che si vede nel respiro, senza mai sentire la stanchezza. Quando l’ispirazione si è chetata si spoglia in fretta, neppure un sorso di vino o acquavite e si tuffa nel suo letto. Devo rinnovarne i lenzuoli ogni volta che vengo a servizio tanta è la creta che trovo sulle federe. Io arrivo il mattino presto e mi lamento ad alta voce, lei ride e mi gira attorno cantando “ Exuses moi Malou!” e poi mi prende le mani e spalanca sorrisi.

E’ una delle cose che più amo di lei, la gioia improvvisa che le scoppia nella gola, che mi fa ridere sino a dovere prendere un gran respiro.

Non entro mai nel suo studio. Mi ha detto che “Riordinare l’atelier di uno scultore è un peccato mortale”…e una pratica completamente inutile. Varco la soglia solo quando lei me lo chiede. Mette le mani sui miei occhi e mi accompagna davanti all’argilla modellata, poi toglie il buio come fosse una sipario e cerca con attenzione la mia prima impressione sul volto. Tanto basta a farle capire se il Salon accetterà i suoi volumi questa volta….se arrossisco sarà un altro no, se sorrido ci saranno buone possibilità…le volte in cui mi volto lei grida soddisfatta, “ Ah, ti sì è sciolto il cuore!!!”, allora è felice davvero.

A me non sembra vera gioia ma piuttosto puro furore, presto arriva e presto se ne parte. Specie quando arriva lui, con la scusa della scultura, a scolpirle il petto con quella foga da animale. La prende e la rigira, la lascia urlare di gelosia e d’amore…tanto sa che resta nelle sue mani nodose, morbida come l’argilla. Ogni volta la stessa scena. Quando lui lascia la sua casa io la ritrovo con gli occhi un po’ più azzurri e gonfi e con lo sguardo colmo di dubbi e domande. Mi ha chiesto una volta soltanto di seguirla dove lui scolpisce. Io l’ho fatto, ho osservato meglio che ho potuto ma poi non ho detto una parola. Forse son’ io che non comprendo…ma quelle carni, quella fame nei corpi…a me parevano tutti lavori di lei…gambe e braccia che vedo ogni giorno nella sua casa.

Santo cielo lei è così giovane, la sua pelle è ancora bianca e rosa…quella di lui è una ragnatela di rughe e barba. Usa una voce dolce ma non m’incanta…Ho trovato un foglio di calligrafia, la scrittura è senza dubbio del Maestro…da quando Camille mi ha insegnato a leggere il mondo mi sembra diverso, con più colori…Le parole  non arrivano dal cuore di lui ma dai desideri di lei, promette amore e matrimonio. Ma l’amore non si promette, si da e basta, perché così è giusto, perché non se ne può fare a meno.

Non c’è amore in quelle parole, solo la voglia di calmare la tempesta che il Maestro tanto teme, la furia di lei che sa distruggere più dell’incendio.

Li ho spiati non più di due giorni fa, poco prima di trovare la lettera. Quando lui mi porge il cappello posso sentire l’odore dei suoi anni, sotto la colonia, impigliato fra barba e capelli. Il mantello splende, le scarpe brillano di grasso di strada, ma resta l’aroma dolciastro della vecchiaia. Altra cosa è l’odore di lei. Terra, muschio, acqua, profumo di rugiada e petali, anche in tarda sera dopo il lavoro in studio.

Lei non mi parla mai di lui, ma non serve, vedo il fuoco che la muove, lo vedo. Vorrei metterla davanti allo specchio, davanti alla sua scultura e dirle che quel che conta lo ha nelle mani e negli occhi…ma chi ama così non sa più vedere.

Non più di due giorni fa la madre sulla soglia,  è venuta con Claude, non era una visita di cortesia. C’era un medico con loro, le parole dicevano di voler offrire aiuto ma qualcosa non mi convince. Fra sette giorni l’accompagneranno a riposare lontano da questo appartamento. Se le toglieranno l’argilla finirà in pezzi come le opere che ha distrutto dopo l’ultima visita del Maestro. Ho preso il respiro per dire quel che ho visto in tutti questi mesi al suo fianco…ma poi la voce è rimasta muta, ma poi sento mille dita sul collo.

Mi detesto, non penso ad altro che alla nostalgia che avrò di lei.

 

 

Camille Claudel, una delle più talentuose artiste della storia dell’arte, magnificamente ritratta da Baudelaire come “…un cigno dalle ali troppo grandi per alzarsi da terra”, morì nel 1943, dopo trant`anni di ricovero forzato in manicomio, sola e dimenticata. Le sue spoglie vennero raccolte in una fossa comune, nel cimitero di Montfavet.

 Molti anni prima, nel 1917, l’addio a Rodin, l’uomo col mantello che tanto attinse alla di fonte della di lei ispirazione,  venne commemorato con un funerale ufficiale a Meudon.

Alice Claudia Lenaz