ARTEMISIA... GOTE ROSA E CUOR DI DRAGO

Artemisia Gentileschi, Susanna e i vecchioni, 1610

Artemisia Gentileschi, Giuditta e Oloferne, 1612-13

La mia figliola e`fatta di coraggio. Non ci confondano le ciglia lunghe, le gote rosa. Da me ha preso la mano destra, devota alla pittura, ma la forza…quella e`cosa tutta sua.

Ora e`tutto passato, so bene che nessuna lacrima viene sprecata per quel ricordo spregevole, l`ho capito nel momento esatto in cui Artemisia concluse la sua Giuditta. Quella spada scintillante, decapito`anche il dolore.

 

Non ho mai invitato i miei figli al cavalletto. Anche lo avessi desiderato, quelli preferivano cacciare piccioni, scalare gli alberi e in estate tuffarsi nei fiumi. Si svegliavano al mattino che gia`ridevano di cuore, una musica che sollevava il mio spirito, ancor triste al pensiero di esser padre di fanciulli senza madre.

Altra cosa era Artemisia. Lei, silenziosa e paziente come nessun adulto mai, si muoveva tra le luci delle candele, in mezzo ai drappi appesi, alle ali di cigno che usavo da modello per quelle degli angeli, con la stessa eleganza del gatto. Seguiva con il fuoco nelle pupille ogni mio movimento, pareva divertita anche dalle operazioni piu`ordinarie. Ben presto smisi di macinar pigmenti, che era lei a prepararli sul vetro per me. Divenne cosi`esperta nella purificazione degli olii, che perfino i miei colleghi richiedevano le sue miscele. Catturava scoiattoli sfamandoli, con gentilezza e mentre quelli sgranocchiavano nocciole, gli rubava un ciuffo dalla coda. Nessun dolore, tornavano spesso a cercar cibo dalle sue mani, senza sapere che lei trasformava qualche mazzo di pelliccia in pennelli perfetti. Il miglior garzone che abbia mai avuto.

In breve tempo la iniziai allo studio del disegno. Ho sempre saputo che il mestiere per lei sarebbe stato piu`difficile. Sarebbe cresciuta, l`onore suo, cosi`come il mio, avrebbe dovuto esprimersi nella cura degli altri, dei fratelli prima, di un  marito, della prole di li a poco. Temevo per lei, per la passione che le muoveva le mani, avevo il sospetto che il resto delle cose della vita non l`avrebbero mai catturata nello stesso modo.

Mi accorsi che al mio fianco avevo un vero Pittore, quando vidi la sua Susanna e i Vecchioni. Era il 1610, al solito, non potendo presenziare alle sedute di disegno di nudo, che`le femmine possono solo svestirsi e posare, prese a studiare il suo stesso corpo. Sue sono le gambe nude, sua e`la testa che si volta, sua e`l`espressione di sdegno di fronte alla volgarita`e alla cospirazione alle sue spalle. La sua Susanna ha i piedi rossastri per il freddo del marmo, che`la verita`e`nuda. La furia degli anziani e`di terra e di sangue, i mantelli dipinti di bruno e di rosso cinabro, quello che si ottiene mettendo al fuoco lo zolfo e il mercurio. Non posso piu`pensare a quel dipinto, compresi solo piu`tardi che si trattava di una triste profezia.

Fui proprio io, maledetto quel giorno, a presentarle il Tassi. Sapevo della sua fama di uomo senza vergogna, sapevo degli intrighi dei letti sfatti, del suo fare smargiasso, ma era un buon pittore e Artemisia, rifiutata dalle gilde accademiche, aveva bisogno di un nuovo maestro. Chiesi alla padrona dei nostri muri, Tuzia, di seguire gli incontri tra i due. Sommerso dalle committenze, non mi resi conto…misi la mia figliola nelle fauci di un leone. Tuzia non la protesse mai, anziche`sigillare la sorellanza fra due donne divenne complice di lui, la derisero insieme alle nostre spalle, mai perdonero`a me stesso questa distrazione. Fu proprio nella nostra casa, con Tuzia che obbediva alla richiesta di lui di lasciarli in solitudine, che Agostino Tassi, che nel nome ha uno spillo, imprigiono`la mia Artemisia nell`insulto di uno stupro. Compresi del dramma senza troppe parole, che`il silenzio della mia creatura non aveva mai strillato cosi`forte. In un attimo misi insieme il mutare del suo carattere, i graffi che il Tassi per lungo tempo porto`in viso, gli occhi bassi di Tuzia al mio passare.

No, non sarei stato silente a veder mia figlia coperta di vergogna. Poco importavano le promesse della bestia, che parlava di matrimonio riparatore, della volonta`di restituir l`onore. L`onore non si ritorna, l`onore non va rubato dal principio. Un anno dopo il fatto, era il 1612, Artemisia stava in piedi, il mento in su, gli occhi ben piantati in quelli dei giudici. Resto`cosi`, fiera, anche quando la portarono al cospetto delle genitrici che dovevano misurare il velo della sua verginita`, anche quando le applicarono la tortura della Sibilla. La voce rimase chiara, non si interruppe neppure quando, piu`volte, dovette raccontare i dettagli della violenza subita, sembrava quasi che, sotto processo, fosse lei. Nel tempo tra un`interrogatorio e l`altro, inizio`a dipingere la sua Giuditta.

Il processo si concluse nel novembre 1612, duro`dalla primavera all`autunno. Tassi non era che un farabutto, un vizioso bugiardo e il giudice cosi`lo descrisse durante la lettura di una sentenza che lo caccio`da Roma.

Artemisia non perse tempo a festeggiare. Corse al cavalletto, che`ancora mancava la testa di Oloferne. Gli diede il volto del Tassi e si ritrasse in quello di Giuditta, che lo decapita a braccia tese, per poter tenere la testa abbastanza distante dalla scena, per poterla guardare da protagonista e da spettatore. Ho osservato l`opera una volta soltanto, con la nausea nel vedere i lenzuoli intrisi di sangue. Ammetto di aver goduto dell`espressione sofferente di Oloferne e della superiorita`di una Giuditta tesa al riscatto.

Due volte lo ha denunciato, la mia coraggiosa figliola,  al tribunale degli uomini e nell`opera sua, una Corte ben piu`duratura. Sono grato ad Artemisia, che si e`mossa con forza per entrambi, che ha reciso la mia colpa, che ha messo in piazza la vergogna, passeggiandoci sopra a piedi nudi, che lo ha fatto per prima, dando coraggio a chi ne condivideva la stessa dolorosa sorte.

 Artemisia mia, gote rosa e cuor di drago.

Alice Claudia Lenaz

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