IL PANE PERDUTO

Ex Libris Sara Boero

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Mancano pochi giorni alla consegna del Premio Strega 2021 e nell’attesa di scoprire il titolo vincitore di questa edizione oggi incontreremo uno dei cinque finalisti: “Il pane perduto” di Edith Bruck, edito da La Nave di Teseo (con lei nella cinquina: “Il libro delle case” di Andrea Bajani, “L’acqua del lago non è mai dolce” di Giulia Caminito, “Borgo Sud” di Donatella Di Pietrantonio, “Due vite” di Emanuele Trevi). Ho scelto questo romanzo autobiografico perché è stata proprio Edith Bruck l’autrice più votata dai 396 lettori della Società Dante Alighieri nell’edizione 2021: una votazione a cui per la prima volta ho partecipato anch’io, come lettrice del Presidio Letterario di Gent.

“Il pane perduto” è un testo sulla Shoah, scritto da una donna che quell’inferno lo ha attraversato. Questo lo rende, a prescindere da qualsiasi valutazione ulteriore, una testimonianza fondamentale e preziosa, sempre più rara, ancora necessaria. La Bruck racconta l’esperienza della deportazione, del campo di concentramento, della separazione dolorosa e traumatica di una bambina non solo dalla propria famiglia ma anche da una quotidianità semplice e data per scontata: il “pane perduto” del titolo è quello che resta a metà preparazione, nella casa abbandonata in fretta e furia la notte della deportazione.

Il romanzo non si conclude, però, alla fine della guerra, come non si conclude l’esistenza dei sopravvissuti all’orrore: metà del libro è infatti dedicata alla vita successiva alla liberazione della protagonista. I tentativi di ricongiungimento con i famigliari superstiti, di ricostruzione e ricomposizione psicologica, le speranze legate allo Stato di Israele, le disillusioni, le relazioni, le vittorie e le sconfitte, l’amore per la vita che prevale - malgrado tutto.

La Shoah è quindi solo una parte (terribile, segnante) del racconto autobiografico di “Il pane perduto”, che pagina dopo pagina si evolve nella storia di una donna coraggiosa e forte, alla ricerca e alla scoperta di sé. Una scelta particolare, che distingue il romanzo dalle altre testimonianze sull’Olocausto e che poteva rivelarsi interessante e vincente da un punto di vista letterario. La seconda parte soffre invece di una fretta eccessiva, sia per quanto riguarda gli equilibri interni della struttura narrativa, sia in relazione al “tempo interno” del lettore. Davanti a una prima parte così intensa e coinvolgente da un punto di vista emotivo, anche in virtù della tematica trattata, la seconda sembra quasi una carrellata di eventi “a volo di uccello”, presentati senza il necessario tempo di sedimentazione e senza far crescere l’interesse e l’aspettativa. La lettura de “Il pane perduto” risulta, quindi, “discendente”.

Come racconta la stessa Bruck nell’ultima parte, quella “Lettera a Dio” che chiude il libro, l’esigenza narrativa alla base de “Il pane perduto” è la necessità della memoria. Un’opera di divulgazione, anche a livello scolastico, di cui l’autrice si è resa meritoriamente protagonista per tutta la vita. “Il pane perduto” è un lavoro che resta sospeso tra quell’esigenza e la voglia di fare anche qualcos’altro, di offrire una prospettiva più ampia, di andare a costruire un affresco di vita colmo di amore e di speranza di cui l’Olocausto sia solo un capitolo. L’obiettivo viene centrato solo in parte e il libro - specialmente in relazione alla seconda metà - lascia al lettore la sensazione di un’opera ibrida, ancora in lavorazione.

La forza della testimonianza resta inalterata: si tratta di un testo capace di raccontare in modo vivido, umano, efficace, l’esperienza terribile del campo di concentramento. Credo ci siano nella cinquina (ma anche tra i sette romanzi esclusi) testi migliori da un punto di vista squisitamente letterario. “Il pane perduto” è però, tra le uscite di quest’anno, una lettura che mi sentirei decisamente di consigliare in ambito scolastico.

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