CARO PADRONE, RENDIMI IMMORTALE

1 Pablo Picasso.jpg

Pablo Picasso, 1939 - Gatto che mangia un uccello

Come sempre lo stomaco si sveglia prima di me, fa si che io apra gli occhi, ancora colmi di sonno. La fame m’innervosisce la carne, mi trasforma in grotta d’appetito. Dirigo un orecchio nella direzione del respiro del mio padrone, ne analizzo il ritmo per capire se è prossimo al risveglio….niente…troppo regolare e lento perché si accorga del raggio di sole che gli riga lo zigomo.

Stomaco taci, non ho dormito che una decina d’ore, troppo poche per un felino, lascia che io riposi ancora un po’. Questa è l’ora della pace. Il sole è già alto, nelle case attorno sento il rumore forte della vita. Le parole come tuoni, i cassetti che si chiudono, con quel fragore di alberi che rovinano al suolo, pagine di giornale che si susseguono, per ognuna un sospiro…che fracasso. Nulla di tutto ciò accade in questa camera da letto. Qui la mattina si dorme perché la notte si usa per inventare. Ad essere onesto è lui a inventare, io gli sonnecchio accanto in una cassetta di frutta che intrappola l’odore delle pesche mature dell’estate nel maglione di lana che mi ha messo come cuscino. Racconta a tutti di avermici trovato bendato dentro, piccolissimo e zuppo, nato da pochi giorni. Dice di avermelo lasciato per darmi un ricordo dell’odore che avevo nelle narici prima di essere salvato. Non sa che le sue mani, macchiate d’olio e trementina, hanno virato l’aria con tale ardore da farmi scordare di avere avuto un naso prima di respirarlo da vicino.

Resto qua, sdraiato per il lungo, quando il letto è tutto per noi mi lascia lo spazio che voglio. Qualche volta mi cerca con un piede e quando mi trova pare che si calmi. Peccato, peccato che  le mie fauci mi consentano di miagolare soltanto. Potessi masticare parole fra i miei canini sarebbe orgoglioso di me, di quello che penso, delle mie profondità eleganti. Forse lui lo ha già capito, per questo mi prende il muso fra le mani quando sono ubriaco di fusa e poggia la sua fronte sulla mia, lo fa perché la mia energia gli pulisca la mente. Quel che mi ritorna è di incalcolabile valore. La qualità dei suoi pensieri è davvero sbalorditiva, sarebbe in grado di spiegare ad un quadrato quel che prova il cubo. Un moltiplicatore di spazio e sinapsi. Mi lascia stordito di sapere e poi non posso che addormentarmi di nuovo.

Dinnanzi ai suoi occhi mi sento bellissimo. Me lo dico senza la falsità della modestia. Sento che il mio pelo è setoso contro la ruvidità della mia lingua, snodo ogni vertebra della mia coda per poter vantare una linea elegante oppure la raccolgo come una stola a coprire le zampe per essere ordinato nella posa. “ Mira che lindo” dice a chi ha accanto e io faccio del mio meglio per aiutarlo a dimostrarlo.

Un filo d’aria mi racconta dalla finestra il copione della mattinata in cucina di donna Carmencita. Ora affetta i pomodori…che odore acre hanno…li lascia sanguinare al sole, sul legno e li nevica di  sale grosso. Attendo fiducioso che il rito si completi. Il rumore della terra che si crepa al sole, ecco che il coltello ora va a sgozzare il pane di ieri, lo capisco dal frastuono della crosta…ancora un po’ di pazienza…apre e chiude la dispensa, Carmencita, ed ecco il gran finale. Un circo di profumo mi fa una girandola sul naso e mi liquefa la saliva in bocca. Finalmente la carne…dev’essere ancora quel pezzo che il mio padrone le ha regalato qualche giorno fa, dev’essere quasi finita perché l’aroma e più soave e il taglio è accompagnato da un sospiro di prematura nostalgia.

Ora si che ho fame davvero. Guardo ancora il padrone che non ne vuole sapere di far entrare il mondo negli occhi e negli orecchi. Tento un timido richiamo con la voce…niente.

Va bene va bene ho capito, dannata Carmencita, ero appena riuscito a distrarmi e tu mi droghi di carne e desiderio. Sonnecchierò ancora un po’ nella corrente di quest’aria gentile. Magari il vento cambierà portando odore di giornali. Esso è spesso seguito dai lamenti degli uomini, infervorati di politica e paura. Cosa mai avranno in capo questi giganti rosa e senza pelo. Cosa li spingerà a comporre eserciti invece che armonie e dipinti. Per fortuna nel mezzo ci sono padroni come il mio. Ecco, vento, giornale e caffè forte…arriveranno i commenti sonori fra non più di 5 minuti. Sentiamo cosa hanno combinato ancora questi tedeschi. Il più piccolo di loro ha un gatto, l’ho visto in una illustrazione dimenticata su un tavolo. Se sapessi scrivere lo contatterei di sicuro. Gli chiederei quando ha intenzione di svolgere il suo mestiere di pulitore di menti, non mi sembra che il suo padrone gli poggi spesso la fronte sulla sua. Forse basterebbe a detergere quei pensieri plumbei e appiccicosi.

Fermi tutti…è un battito d’ali quel che sento nella stanza degli armadi?

Neppure il tempo di chiedere alle zampe di muoversi che mi ritrovo per aria. So di essere bello ed elegante ma è l’istinto il mio punto forte, più forte di me. Ho le piume fra le unghie, dal canino destro giunge sulla lingua un sorso di sangue, caldo e dolcissimo. Mi farà pena questa bestia, me ne farà molta ma purtroppo troppo in ritardo per salvarle la vita. Sento che forza la mia presa, cerca di liberarsi. Non sa che seppure la lasciassi andare morirebbe avvelenata dalla mia saliva. Un secondo fa dormivo sul letto con il mio padrone, ora sto in un angolo pronto a mordere anche lui se tenta di portarmi via questo dessert inaspettato prima del pasto. Eccolo infatti che mi corre incontro pieno di spavento. L’erika dai fiori rossastri è rovinata al suolo, qualche goccia di sangue sulle piastrelle tradisce il mio nascondiglio. Sento la voce di lui che mi riprende, che dice che sono cattivo cattivo, che allo stesso tempo sghignazza e rimprovera. Poi la bestia che stringo tra i denti e le unghie rilassa la sua difesa, lo fa con una dolcezza che è preludio al mio senso di colpa. Durerà per almeno un secondo, anche troppo. Il sangue smette di affluire nella bocca, niente più ritmo, niente più tensione. Il mio padrone ora sta pensando di usare il frutto della mia caccia come modello. Io mi struscio contro la sua gamba e gli passo un pensiero più ampio…io sono il protagonista della scena…io e il mio istinto. Dai padrone, pensaci bene, rendimi immortale che qualche volta penso che sette vite al tuo fianco siano troppo poche.

Alice Claudia Lenaz